Giacomo Leopardi e la Luna

Giacomo LeopardiQuella preferita dall'800 è una natura selvaggia e incontaminata con tutti i suoi aspetti più cupi.È di grande interesse inoltre il duplice aspetto che la caratterizza; essa è natura madre vista come elemento benigno che comprende l'uomo e determina con esso un rapporto di grande armonia e al contempo essa è natura matrigna: fa soffrire l'uomo che non sa decifrare i suoi misteri. La natura non è più vista come una realtà inanimata, ma come una struttura organica dotata di una propria vita. L'artista romantico percepisce in essa una personalità con la quale egli può esprimere i numerosi e diversi impulsi della sua anima: la natura ha il potere di provocare le più profonde e compiute emozioni e di mettere l'artista in contatto diretto con l'infinito e il divino. Spesso, tuttavia, essa, non lascia trasparire nulla di sé e mantiene i segreti dei propri misteri.

È quanto avviene nella poesia di Leopardi "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia". Il colloquio con la luna è un topos letterario di lunga tradizione poetica. Leopardi trae ispirazione da un articolo in cui si narra la consuetudine di molti nomadi asiatici di sedersi ad osservare la luna e meditare. La luna è presentata non solo come confidente ideale del pastore, presenza consolatrice, ma anche e soprattutto come entità divina dalla quale si attendono risposte a quesiti esistenziali di carattere universale. In questa poesia il Leopardi si volge a considerare più in generale, tramite la figura esemplare del pastore errante, l’infelicità dell'intero genere umano , anzi, di tutti gli esseri viventi. Il pastore errante è stato scelto come portavoce della visione del poeta poiché come uomo primitivo è capace di intuire e sentire più vivamente dell'uomo moderno le verità essenziali dell'universo. Sono emblematici i primi due versi: "che fai tu luna, nel cielo? Dimmi, che fai, silenziosa luna?" La luna è divinizzata, si comporta come un essere animato. Il suo essere silenziosa allude da una parte alla quiete del paesaggio naturale, ma ancor di più, rappresenta la sua volontà di tacere sui misteri dell'esistenza. Le domande che le vengono poste rimangono come parole sospese nell'aria e la mancanza di una risposta è utile a capire quale sia l'atteggiamento del poeta nei confronti della vita: non si tratta altro infatti che di un'esistenza priva di significato, una fatica senza senso. Solo la luna è a conoscenza del mistero più profondo, che ha da sempre turbato l'animo umano, che è il significato della vita. In questo senso l'astro rappresenta l'ultimo appiglio a cui aggrapparsi. Dopo aver tanto riflettuto e ragionato l'uomo non trova altro da fare che deporre le sole armi di cui dispone: la ragione l'intelletto, trovandosi costretto a manifestare la propria debolezza. Egli pertanto chiede aiuto alla luna, esortandola a chiarificargli ciò che la sua limitatezza gli impedisce di raggiungere. Ma essa sembra partecipare della generale indifferenza della natura.

Un altro componimento in cui la luna svolge il compito da interlocutore è "Alla Luna"(1819). In questa poesia Leopardi affronta il tema del ricordo come fonte di piacere anche se ciò che ritorna alla memoria è triste e doloroso. Il tema dominante è quello dell'indefinitezza assoluta dei motivi dell'angoscia: non viene esplicitato nulla a proposito delle cause del dolore. E' inoltre presente l'idea che la luna rischiari la selva interiore del poeta, il buio metaforico in cui egli si trova. In questo "idillio" la luna sembra instaurare con il poeta una relazione più intima partecipando più attivamente del suo dolore.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti, indi ti posi.
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?

 

Alla Luna
O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.